Questa-terra-è-la-mia-terra-miniWoody Guthrie è conosciuto prima di tutto – e giustamente – come musicista, vero e proprio canta storie di quella comunità di destino rappresentata dalla classe lavoratrice che negli Stati Uniti d’America, ancora negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, viaggiava ininterrottamente per prestare le proprie braccia al lavoro. Classe ma ancor non compiutamente classe, giacché gli sforzi per organizzarsi e aprire conflitti rivendicativi erano stati con violenza e ferocia contrastati dal governo statunitense e dagli sgherri al soldo dei padroni (basti citare due nomi, un binomio: Rockfeller family e Pinkerton National Detective Agency), giungendo al culmine repressivo con la grande offensiva contro il sindacato rivoluzionario Industrial Workers of the World, tra l’inizio della Prima Guerra Mondiale e la Rivoluzione d’Ottobre in Russia.

Passeggeri clandestini sui treni merci che attraversavano da un capo all’altro gli USA, intere famiglie sulle strade polverose alla guida di vecchi arnesi tenuti insieme a fil di ferro, un migrare continuo inseguendo un lavoro stagionale che permettesse una vita che non fosse miseria e ancora miseria. La medesima esistenza e gli incontri del suo peregrinare segnano la formazione di Guthrie, che raccontando la propria biografia racconta una nazione nella nazione, quella di una grande tradizione popolare e meticcia, solidaristica nella forma spontanea di chi si riconosce nelle mani callose e nelle vesti polverose dell’altro e delle altre. La chitarra di Guthrie c’è, ma non è mai al centro della narrazione: sono le relazioni, gli incontri e gli scontri – a scazzottate – che riempiono le pagine, sin dai racconti che narrano la sua difficile infanzia nella città di Okemah. Esemplare, molto divertente, il capitolo dedicato alla guerra fra bande di ragazzini, non simulata o dal valore iniziatico, ma combattuta a colpi di sassi arroventati e con l’ausilio di una gigantesca fionda.

Questa terra è la mia terra – titolo originale Bound for Glory – mi ha positivamente sorpreso: è un romanzo solido nella costruzione, dalla scrittura felicemente affabulatoria, marcato da uno sguardo la cui principale potenza sta nella precisa collocazione di classe, scevra di retorica quanto ricca di umanità.

Immagino ora Woody nell’atto di scrivere, la sigaretta penzolante dalle labbra, il berretto leggermente di traverso in testa, tra le dita la penna con una frase incisa: “This machine kills fascists”. La chitarra, la penna, erano solo strumenti, tutta la sua potenza è nella parola.

Woody Guthrie

 

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