Piedi nell'acquaRaccontare storie, tante storie, senza l’appiccicosa nostalgia per quei “bei tempi andati” in cui si era poveri ma belli, piuttosto con i toni e il registro tipici di una lunghissima serata in compagnia – e nottata, mattino pomeriggio e nuovamente sera – appoggiati con i gomiti a un vecchio bancone di un’osteria, sempre con un goccio di rosso nel bicchiere. Cecco Bellosi fa questo, raccoglie e poi racconta, e il lettore si sente ubriaco spettatore di una voce narrante che può far ridere e velare gli occhi di sincera commozione nel giro di qualche minuto, raccontando di questa o quella vicenda. La stessa voce sale e scende di registro, si eccita o si smorza, rimbomba o pare divenire un sussurro in quell’osteria immaginaria che viene approntata nella testa del lettore: una di quelle autentiche, “non di quelle sfiziose che appaiono su una guida capace di esaltare le contraddizioni della sinistra postcomunista, privilegiando la puzza sotto al naso agli odori intensi della cucina ruspante.”

Si parte con la saga dei cuochi laghè, che fecero delle cucine degli alberghi rivieraschi del Lago di Como – con trasferte in giro per il mondo – luoghi d’elezione della buona cucina: all’interno tutto disciplina al limite del militare, fuori eccessi alcolici nelle ore libere dal lavoro. Si sale poi da Como seguendo la sponda occidentale, paese per paese, raccontandone vicende, volti e caratteri – sì, anche i paesi, e i propri abitanti, avevano un loro carattere – per continuare poi, alla stessa maniera, sulla sponda opposta.  Se i piedi dei laghè stanno nell’acqua, le gambe macinano chilometri su e giù dai monti,  in una lotta di resistenza che attraversa i secoli: la fame, l’imperatore o il vescovo, i nazifascisti, la polizia di confine o la guardia di finanza, contro chiunque arrivasse a volere imporre forme di vita a quelle “comunità di destino”. Bellissimo concetto quest’ultimo, che non si poggia sulla debole quanto ipocrita distinzione legale/illegale, tanto che lo stesso contrabbando – la cui epopea sul confine fra Italia e Svizzera, a cavallo delle creste delle montagne che sovrastano il Lago di Como, riempie le pagine del libro – veniva considerato da tutti, anche dalle guardie, “un mestiere illecito, non una guerra”; così come il significato di omertà era inteso come “solidarietà di popolo”, non necessariamente qualcosa di sporco, perché come ricorda Bellosi “l’omertà si sporca quando è suddita della paura e del potere, legale o illegale”. Alcuni personaggi la cui vita viene rappresentata nella narrazione di Bellosi hanno tratti mitologici, niente del “mito tecnicizzato”: il Ment fra questi spicca, essendo il rappresentante della stagione d’oro del contrabbando, ma anche per i tratti della sua personalità: “c’era in lui l’accettazione forte e non rassegnata della realtà”.

Bellosi sa raccontare e altrettanto scrivere, questo Con i piedi nell’acqua lo dimostra. Sarà che sente per le storie dimenticate e perdute quella stessa inquietudine che lasciavano ai vivi i morti al lago, una sensibilità e un’urgenza che sarebbe importante recuperare in questi tempi in cui si conosce tutto e si vive poco.

“Vi è qualcosa di ancestrale, nel bisogno di sottrarre i morti al lago: il timore che siano tormentati da qualcuno. Draghi e mostri escono dalle acque dei laghi, Venere invece sorge dal mare. Il lago, nella sua inquieta bellezza, incute troppa paura” (p. 211)

Annunci