point_lenana_cover1A un anno dall’uscita nelle librerie di Point Lenanaoggetto narrativo non identificato scritto a quattro mani da Wu Ming 1 e Roberto Santachiara – su Giap i Wu Ming offrono al popolo dei lettori famelici la versione e-book del libro. Per ringraziare e omaggiare gli autori per un anno – e più – in cui ho avuto modo di godere personalmente degli influssi benefici della Point Lenana Experience ripropongo la mia (lunga) recensione del libro, oltre a invitare a fare visita all’Archivio Point Lenana che durante quest’anno ha seguito il cammino di Point Lenana e il fiorire lungo i bordi delle strade da lui battute delle tante storie racchiuse a stento nelle sue 596 pagine: “It’s been a long strange trip”.

 

Una volta in cima tocca sempre scendere.

«A te piace dissotterrare le storie, no?» Un affastellarsi di storie, di voci. Un accumulo che mentre procede la lettura prende forma, in cui ogni elemento lascia un segno nell’esperienza di lettura che via andando – pagina dopo pagina – traccia una mappa. Dispiegandosi la mia personale mappa, vi ho trovato più di un invito a seguire un percorso che portava oltre quello che mi trovavo sotto agli occhi, oltre i bordi di una narrazione che, seppur dai tratti poliedrici, è per definizione chiusa, essendo compressa in un “oggetto libro”. Non è facile scrivere di Point Lenana, perché invita il lettore a essere quanto mai attivo e recettivo, per la stratificazione della narrazione, e perché l’accumulo di stimoli si connette con vissuti personali, interessi ed esperienze. Nel mio caso, sono nato e cresciuto fra le montagne, mi sono appassionato negli anni alla letteratura *di montagna*, durante l’infanzia in estate per anni venivo ospitato da parenti – Giugovaz (!) – a Trieste, la mia genealogia famigliare è segnata dall’«salire in montagna». Va aggiunto che ho avuto il piacere di prestarmi come lettore di prova per Point Lenana, così da intrecciare, nei miei giusti tempi, i quadri narrativi contenuti nel libro con questo mio vissuto, tracciando poi su sollecitazione di questa lettura delle narrazioni che nascevano nel libro ma prendevano corpo fuori da questo, eccedendolo: la memoria del colonialismo italiano rintracciata nei luoghi in cui sono cresciuto, i conflitti su questa memoria, l’esperienza resistenziale nella sua complessità di guerra civile, di liberazione e di classe, storie del confine orientale riflesse in oggetti che conservo. It’s been a long strange trip è la frase che apre i “Titoli di coda” di Point Lenana: lo è stato anche per me, e spesso in maniera sorprendente.

«Non mi ero mai interessato di montagna. Roberto si, eccome.» Gli autori di Point Lenana sono uno scrittore cantastorie nato e cresciuto in pianura, un appassionato di montagna che di mestiere fa l’agente letterario. Dall’iniziale condivisione di un’idea, dal dono di un libro, prende origine un movimento che connessione dopo connessione si sviluppa e produce un testo, mediante un processo di ricerca – delle fonti, nell’immedesimazione fisica, delle forme e dei registri narrativi – in cui il lettore è accompagnato attraverso una metanarrazione: sensazioni, considerazioni, riflessioni, sono tutte fuse in un unico io-narrante. Come nella progressione in cordata, a guida alternata e in conserva, Santachiara e Wu Ming 1 si muovono simultaneamente, svolgendo contemporaneamente il ruolo di chi assicura e di chi è assicurato, accettando e conFelice_Benuzzi_Mount_Barney_Queensland_AU_18_9_54dividendo i rischi, mettendo in comune la propria specifica esperienza. Raccontare una storia – quella di Felice Benuzzi e del suo Fuga sul Kenya. 17 giorni di libertà – diventa così il pretesto per moltiplicare i piani narrativi e, di storie, raccontarne molte. L’elenco dei personaggi che compaiono in Point Lenana – il cui racconto di sprazzi delle singole biografia tesse uno sfondo di contestualizzazione storica e sociale – è lungo e vario, e ognuno, in modi differenti, orbita attorno alla vita di Benuzzi, rafforzando la complessità del personaggio e garantendo un sicuro appiglio al lettore, quando mai ne sentisse il bisogno. Ad ogni modo «in questo libro, nessuno e menzionato a casaccio», ogni personaggio è un tassello che trova la sua collocazione nella narrazione e che apporta a questa maggiore ricchezza e, al contempo, ne amplifica la complessità.

«Questa storia è così, ovunque ti giri trovi alpinisti». Point Lenana è un libro che parla di montagne e di alpinisti, lo fa portando questo mondo fuori dalla nicchia in cui in Italia rimangono sovente rinchiusi i libri etichettati come “letteratura di montagna”, cosa che, fra i tanti, è successo anche a Fuga sul Kenya, non favorendone certo la diffusione. Eppure guardare a come è mutato l’andare per montagne, alla «metafora primaria» del «verso su» e del «verso giù», offre uno sguardo obliquo e sghembo sul mutare di un’intera società; interrogare poi il rapporto unico fra alpinismo e scrittura, fra azione e margini dell’azione, scavare nella rappresentazione di quel intramondo in cui l’alpinismo di svolge, scriverne a propria volta, significa occuparsi anche di cosa cazzo voglia dire sentirsi un essere umano. A questo proposito si rintraccia in Point Lenana un filone dark, esistenzialista, nella figura stessa di Felice Benuzzi, ma soprattutto in quella di Emilio Comici: il più grande scalatore italiano della sua epoca, rivoluzionario del VI grado, personaggio cEmilio Comiciontroverso, sfuggevole a ogni tentativo di inquadramento, incline a momenti di blues e cadute profonde nel suo spleen. Le pagine a lui dedicate sono quelle che più mi hanno colpito, per desiderio d’autenticità e per intimità, si potrebbe arrivare a dire di femminilità. A proposito va nominato un personaggio che è citato marginalmente nel testo – almeno in proporzione alla sua influenza da me percepita in filigrana in Point Lenana, un’influenza che possiamo dire determinante – ma a cui Point Lenana stesso è dedicato: Gian Piero Motti, alpinista e scrittore torinese, appartenente con altri alpinisti al cosiddetto “Circo volante”, colui che teorizzò il “Nuovo mattino” – portando nell’alpinismo, praticato e scritto, le spinte libertarie dei movimenti protestatari degli anni Sessanta e Settanta – caratterizzandosi sempre per uno sguardo critico sul suo mondo – quello dell’alpinismo – che è parallelamente anche critica sociale. Negli scritti dell’epoca di Motti – raccolti nel volume I falliti ed altri scritti – si trova la stessa sensibilità umana che Wu Ming 1 Santachiara attribuiscono, a mio parere correttamente, a Comici, ma anche al Benuzzi di Non solo sassi contagiato dal relativo bacillo; una sensibilità lontanissima da quella dell’alpinismo eroico con le sue ossessioni da superuomo di derivazione romantica, amplificate poi nella retorica fascista e rimaste intatte in Italia fino alla metà degli anni Settanta. Motti, chiaro e senza lasciare possibilità di fraintendimenti, nel 1974 scriveva: «Sarei felice se su queste pareti potesse evolversi sempre più quella nuova dimensione dell’alpinismo spogliata di eroismo e di gloriuzza da regime, impostata invece su una serena accettazione dei propri limiti, in un’atmosfera gioiosa, con l’intento di trarre, come in un gioco, il massimo piacere possibile da un’attività che finora pareva essere caratterizzata dalla negazione del piacere a vantaggio della sofferenza» (G. Motti, Scandere).

Image«E Felice: – I shave him every day.» In qualche modo, MottiComiciBenuzzi, seppur separati spazialmente e temporalmente, parlavano la stessa lingua, sia per quanto riguarda la concezione dell’alpinismo (certo, non in modo perfettamente sovrapponibile) che più in generale per una certa tensione a un modo di vivere la vita che è risonante fra loro; questa tensione era anche un’inquietudine, quella che spinge ad andare in montagna e trovare lì, nell’azione e nella realizzazione di vie nuove o da ripetere, un riempitivo per le ansie quotidiane, un senso di pienezza che fa sentire vivi. Nella solitudine e nel silenzio della montagna, distaccati dal vociare e dagli eventi mondani, l’azione può diventare feticcio e a volte, come scriveva Motti, “onanismo” o “masturbazione spirituale”, distacco solipsistico, dipendenza. L’azione concentrata, come scrisse Benuzzi, distrae, ma non risolve, l’azione che “realmente guarisce, non esiste”, è illusione, perché all’azione “non bisogna domandarle di più di quello che può dare”; la conclusione di Benuzzi è doppiamente rivoluzionaria quanto lapidaria: fare dell’azione concentrata “un’idolatria è folle”, “esiste il campo di concentramento, ma non l’azione concentrata!”. Questa consapevolezza maturata da Benuzzi nel salire e poi scendere dal Monte Kenya, nel riconsegnarsi al campo e accettare la condizione di prigioniero di guerra, rappresenta il limite all’idea stessa del condurre una vita al di fuori della possibilità – parafrasando Sartre – di decidere cosa fare con ciò che ci è stato fatto. Il rapporto del singolo con il tritacarni della storia, quella dalla esse maiuscola, che consuma le singole esistenze e a cui il gesto individuale di distinzione, se non quando proprio di dissenso, paga pegno, ricadendo sulle spalle di chi lo compie con coraggio e responsabilità, è il costo della libertà. Motti e Comici, al di là del possedere la consapevolezza così ben esposta da Benuzzi, scelsero il suicidio, mascherato o meno che fosse (“Se [Comici] fosse sopravvissuto alla depressione senza farsi saltare le cervella…”); stesso epilogo lo incontriamo in Point Lenana nelle 118 persone suicide nella Trieste redenta del 1920; in Giuàn Balletto che con Benuzzi aveva raggiunto la Punta Lenana; nelll’alpinista Matthias Zurbriggen di cui Benuzzi scrisse una biografia; in Antonia Pozzi, poetessa alpinista.

«La testa scoperchiata e il cielo dentro.» Point Lenana è un libro che scuote dal torpore, dal tedio, in una parola dall’alienazione, esorcizzando il suicidio che è riparo, senza condanne e senza puntare il dito contro la fragilità umana, rivestendola anzi di un valore politico; la scelta – la consapevolezza delle scelte – e le conseguenze di questa, là fuori dai nostri regni formato cranio, segnano l’intero arco temporale di una vita e, per chi diffida del pensiero sistematico, rendono la vita almeno dignitosa, una buona vita spesa a non dimenticare che “azione è uscire dalla solitudine” (L. Pintor).

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