Morti di famaNon è facile stare in rete in modo equilibrato, avendo presente la finalità ultima di questa presenza per sé, tenendosi saldi alle intenzioni che hanno spinto a voler condividere – anche in uno spazio minimo come this machine kills fascists – parole, visioni e riflessioni mettendole in quella che, piaccia o no, è il corrispettivo di una vetrina. I rischi sono più di uno, in primis quello di cedere a una autoincensatoria quanto a volte inconsapevole pratica di lenimento del proprio ego, finire con l’esporre in vetrina la propria identità – voluta, creduta, cercata – col tramite di parole che d’altro raccontano, di riflessioni che ad altro si riferiscono (certo, che da sé partono, ma che non dovrebbero a sé rimanere ancorate). A mo’ di dichiarazioni d’intenti, per tenere viva alla mente la lezione appresa sulla necessità di mantenere una visione critica, né apologetica né apocalittica, dello stare in rete, ripropongo di seguito la recensione che scrissi al pamphlet Morti di fama. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del Web di Loredana Lipperini e Giovanni Arduino. Perché derive pericolose si possono evitare affrontando le problematicità di talune pratiche, ma innanzitutto con l’esserne consci.

C’è solo un isterico infame destino
non conta se impari
ma se spari per primo
per un pugno di dollari o per tutto il bottino.

(Colle der Fomento – Sergio Leone)

Morti di fama è un titolo azzeccato, attentamente abbinato a un sottotitolo altrettanto puntuale: Iperconnessi e sradicati tra le maglie del Web. Associati in copertina – sovrapposti a un’immagine di sfondo in campo rosso su cui, alla debita distanza di sicurezza uno dall’altro, sono rappresentati tanti piccoli individui incoronati – hanno il pregio di definire il campo d’indagine di questo breve e denso pamphlet, così come l’approccio critico e non indulgente nei confronti della dimensione delle relazioni sociali in Rete. Non bastasse, il punto di vista situato degli autori è chiaramente espresso nella breve introduzione, in una proposta che sa di patto col lettore e a cui, in quelle poche pagine, il doppio-autore si rivolge in forma diretta. Ora, voglio subito mettere in chiaro che la lettura di Morti di fama in parte, e giustamente, mi ha messo in difficoltà, perché non è possibile seguire la disamina critica delle pratiche in uso nel Web 2.0 senza sentirsi coinvolti direttamente, come oggetto stesso dell’analisi, come net-utente, o ancor più, credo, come persona. È un passaggio importante quest’ultimo, perché di persone e di rapporti sociali si parla anche quando le relazioni e la comunicazione sono – come si diceva anni fa – mediate al computer; gli autori stessi lo scrivono in modo chiaro nella prima pagina: “il nostro è un libro che parla del web, anche se tocca temi fondamentali da sempre: la necessità d’appartenenza, accettazione, riconoscimento e approvazione”. Sulla virtualità si sono persi anni in fraintendimenti quando un’asserzione base della sociologia dice che “è reale ciò che produce effetti reali”, cosa che a me è sempre parsa vera quanto semplice.

Gli autori segnalano che lo spunto per questo pamphlet è stato un post pubblicato su Giap – l’epicentro delle attività in rete della Wu Ming Foundation – dal titolo Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple, che fu pubblicato nel settembre 2011 e che registrò un dibattito con più di cinquecento commenti in calce allo stesso. Tuttora un ottimo punto di partenza per prepararsi alla lettura a Morti di fama, un’analisi che smaschera come dietro a una retorica nuova vi sia un dispositivo che è consustanziale al Capitalismo, che già Karl Marx individuò e nominò come “feticismo della merce”. Se il post su Giap è stato lo spunto iniziale, Morti di fama prosegue oltre il libro in un tumblog – mortidifama.tumblr.com

Tornando al libro, chi sono i “morti di fama”? Quella di Lipperini-Arduino è un’inchiesta che vi aiuterà a farvene un’idea precisa – andiamo dal blogger famoso alla twitstar, ma anche molto oltre – e a riconoscere quelli più in fotta che facilmente avrete occasione di incontrare in rete, tutti accomunati dalla ricerca di visibilità o di una fiammata di popolarità. In Morti di fama è presentata una galleria di personaggi vari, selezionati per la loro rappresentatività del fenomeno: non c’è volontà di stigmatizzare nessuna e nessuno, tanto che gli autori scrivono: «Intendiamoci, ci siamo dentro tutti, e tutti siamo morti di fama».
Come per altri libri-inchiesta di Loredana Lipperini il materiale è molto, così che a volte ci si può sentire sopraffatti. Come ho già scritto, qui nessuno può sentirsi osservatore esterno, anche perché non c’è un dentro e un fuori, quello che conta è la modalità con cui si interagisce, la consapevolezza e la capacità nel fare i conti con il fatto che ogni volta che interagiamo in rete siamo al contempo «promotori di noi stessi e veicolo pubblicitario». Lo sa bene chi costruisce “apparati di cattura” per campagne di marketing, oppure – caso fra i più approfonditi nel libro – gli alfieri della nuova editoria che puntano sul piccolo guadagno moltiplicato per i grandi numeri e quindi solleticano l’ego di chicchessia, basta che abbia qualche decina di pagine scritte da pubblicare e chiamarle “libro”.

Per chiudere, un’ultima riflessione: le società contemporanee sono altamente complesse, i mutamenti si susseguono a grande velocità, i singoli individui sono in bàlia di questo continuo scorrere di cambiamenti come mai si era assistito; così estesi e irreversibili. Il legame fra i mutamenti strutturali e i cambiamenti individuali sono oggi descrivibili in termini di circolarità e interdipendenza e – nell’estrema pluralità della realtà contemporanea – niente può prescindere dalla “scelta”, essendo gli individui posti di fronte a un potenziale d’autonomia che mai hanno avuto prima. La dimensione in rete dell’esperienza individuale è uno dei piani di questa pluralità della realtà. Questo pamphlet ci parli sì della rete, ma allo stesso tempo delle relazioni in cui i corpi si vedono, toccano, annusano e ascoltano fuori dalle maglie del Web. Per questa ragione ciò che conta è essere consci dei problemi che ci investono in quanto soggetti costitutivi di una società, essere consapevoli delle nostre scelte e delle conseguenze di queste sugli altri.

 

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