il rap spiegato ai bianchiLa sempre apprezzabile casa editrice Minimum Fax – per catalogo, collaboratori e cura dei prodotti editoriali – nel maggio scorso ha pubblicato la nuova edizione del divertente, intelligente e corrosivo breve saggio Il rap spiegato ai bianchi, scritto a quattro mani nel 1989 da David Foster Wallace e Mark Costello. Non so da quanto tempo non fosse più in catalogo la prima edizione, ugualmente  proposta in Italia da Minimum Fax; ricordo che io intercettai una copia del libro leggermente velata di polvere su di una bancarella, durante una vacanza nell’agosto del 2011, precisamente a Rispescia. Già conoscevo quel libretto, già da qualche anno avevo letto cose scritte da D. F. Wallace (non ricordo l’ordine di lettura, qui non ha nemmeno importanza) rimanendone folgorato dall’intelligenza salterina e dal piacere derivante dalla lettura della sua scrittura. Non si era ancora raggiunto l’apice del hype che poi trasformò la sua persona in un’icona, io probabilmente già ero infastidito da questo processo di iconizzazione in corso: non tanto per il processo in sé, ma perché questo spostava l’attenzione dalle opere all’autore, per poi finire alla chiacchiera sull’uomo e sulle sue vicissitudine esistenziali.

Tornando a Il rap spiegato ai bianchi, la ricordo come una lettura spassosa; appena terminato il libro scrissi un breve commento che pubblicai su aNobii (dove tuttora giace in questo social network che ha da tempo sentore di ruina dantesca). La nuova edizione e la lettura della prefazione a quest’ultima scritta da Mark Costello – che si può leggere su minima&moralia e da cui ho rubato le quattro parole che fanno da titolo a questo post, mi hanno dato l’idea di recuperarla e pubblicarla qui, non fosse altro che sulle opere scritte da D. F. Wallace  che ho letto – pur restandomi in testa per lungo tempo, continuando a “lavorare” – non sono mai riuscito a scrivere nulla che mi convincesse.

Buona lettura e mi raccomando, ascoltate Mark: alzatevi da quel divano e uscite.

Questo è un libro scritto da una coppia di nerd bianchi che tenta di darsi una ragione del perché siano così attratti da un fenomeno un-nerd come il rap. Un libretto – tra reportage e saggio – scritto un’era fa, soprattutto se si pensa a quanta strada e a come sia cambiato il rap che allora era veramente ed esclusivamente “uno Spettacolo Riservato A Un Determinato Pubblico”. Tanto che mentre i due autori bianchi ascoltavano e riflettevano tracannando birra, continuando a trovare inspiegabile la forza d’attrazione che il rap aveva su di loro, scrivevano: “Non c’è dubbio che il rap vero sia, e molto consapevolmente, musica fatta da comunità urbane di razza nera riguardo tali comunità, rivolta a e pensata per tali comunità”. Sarà forse questo sentimento di totale estraneità dal fenomeno che percepiscono i due autori a portarli a scavare – contraddizione dopo contraddizione – così appassionatamente (ahm.. almeno a me sembra, io bianco) in questo fenomeno che loro giustamente individuano – molto prima che fosse sotto al naso di tutti – la nuova frontiera della musica pop.

Non mancano le considerazioni generali, come questa sulla “comunità” che io trovo illuminante: “per la gente che non ne fa parte, una comunità è una cosa, non un luogo. E men che meno un ambiente dove specie differenti, in tutta la loro varietà e complessità, si mescolano e si diffrangono”.

E per finire in bellezza, ecco una verità  citata dagli autori  uscita dalla bocca dei Public Enemy:

… Freedom is a road seldom traveled by the moltitude / Freedom is a road seldom traveled by the moltitude / Freedom is a road seldom traveled by the moltitude / Freedom is a road seldom traveled by the moltitude / Freedom is a road seldom traveled by the moltitude / Freedom is a road seldom traveled by the moltitude…

 

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