AdS_coverL’Armata dei Sonnambuli chiude un ciclo, iniziato con il long-seller Q quando ancora gli autori si firmavano Luther Blissett e sviluppatosi poi con i romanzi storici del collettivo Wu Ming: Asce di Guerra, 54, Manituana, Altai. È bene sottolineare da subito che nel corso di questo ciclo Wu Ming ha affinato metodo e strumenti narrativi opera dopo opera, fino a giungere a un’esplorazione a tutto campo del genere “romanzo storico”. L’Armata dei Sonnambuli rappresenta un movimento sulla mappa del romanzo storico così come è stata tracciata nel corso degli anni da Wu Ming: il ripercorrere sentieri già tracciati con la sicurezza di chi compie un secondo passaggio sul proprio cammino, con minor timore di poggiare un piede in fallo, con lo sguardo che spazia oltre il tracciato e – mappa alla mano – può tagliare o allungare il percorso, indugiare o affrettare il passo. Una mappa è però delimitata dalle dimensioni del supporto su cui è disegnata, dalla scala adottata, e comunque è utile finché ci si muove sul territorio che vi è rappresentato: con questo romanzo Wu Ming chiude un ciclo non solo perché racchiude in esso la migliore espressione in potenza di elementi presenti nei lavori precedenti – non solo collettivi, ma anche solisti o “meticci”, così come del lavoro di militanza culturale quotidiano su Giap e del confronto continuo con i giapster – ma perché è già sconfinamento, un superamento di tutto ciò.

«Partire nel mezzo, per il mezzo, entrare e uscire, non cominciare né finire» (G. Deleuze)

L’Armata dei Sonnambuli è un romanzo ambizioso, le vicende che vi sono narrate sono ambientate durante la Rivoluzione Francese, il processo rivoluzionario antesignano di ogni rivoluzione, dibattuto senza sosta dagli storici e di grande impatto nell’immaginario collettivo. Il romanzo si apre con la scena della decapitazione tramite madame ghigliottina del cittadino Luigi Capeto, ossia del fu Luigi XVI, per svilupparsi poi attraverso diverse linee narrative coprendo il periodo del Terrore e di Termidoro, fino all’anno 1795. Chi segue Wu Ming sa che il tema della rivoluzione è da tempo al centro della loro riflessione, tema che in diversi modi – sempre  “obliquamente” – è stato affrontato nei loro precedenti romanzi collettivi, anche se mai era stato così centrale come in quest’ultima opera: qui, infatti, c’è la rivoluzione con la R maiuscola. Dal mio punto di vista – dalla mia esperienza di lettura – più che un romanzo *sulla* rivoluzione francese L’Armata dei Sonnambuli è un romanzo che trasporta il lettore *nella* rivoluzione, nel farsi della rivoluzione: come recita la voce di un maniscalco del foborgo parigino di San Germano «la rivoluzione è un carnevale più lungo del consueto, che si slunga fino a contenere la quaresima, la resurrezione, tutto quanto»; un processo dunque, che si innesca su un evento che assurgerà poi, simbolicamente, a rappresentazione dell’intero processo, riducendolo e mistificandone la complessità. La scelta d’iniziare la narrazione con l’evento che spezza nel sangue la linea dinastica della monarchia (che nel sangue si legittima), pone il lettore di fronte a una semplice ma non banale constatazione: la rivoluzione è quel che avviene dopo. Dopo. La rivoluzione dunque non come “presa del Palazzo d’Inverno”, per citare un’altra e successiva rivoluzione, non ridotta alla Presa della Bastiglia, ma come campo di forze in conflitto tra loro: qui la rivoluzione è rappresentata nelle contraddizioni interne che emergono nel farsi del processo rivoluzionario e, contemporaneamente, nel corpo a corpo con il suo lato oscuro, la controrivoluzione. Do you remember counterrevolution? intitolava significativamente Paolo Virno un suo intervento nel saggio L’orda d’oro. 1968-1977 La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale (Nanni Ballestrini, Primo Moroni) dove sosteneva che – citando un’intervista in cui Virno parafrasava se stesso – «per controrivoluzione non intendo ritorno all’Ancien Régime, ricostituzione di quello che già c’era; penso la controrivoluzione come une rivoluzione al contrario, come una cosa straordinariamente innovativa e che, per giunta, fa proprie e utilizza molte delle spinte, delle istanze, dei modi di essere, delle inclinazioni che avevano nutrito di sé la rivoluzione».

Questa tensione rivoluzione-controrivoluzione, che non è affrontata in termini dicotomici ma di riflessività e conflittualità, può ben rappresentare i molteplici rapporti che sono delineati nel romanzo: tra finzione e realtà, ragione e magia, civile e selvaggio, centro e periferia, identità individuale e collettiva, lato oscuro e lato chiaro della forza, alienazione e consapevolezza; in sintesi, allegoricamente, fra l’armata dei sonnambuli e Scaramuche, tra te’’o’e e teRRoRe. Come fosse che con l’avvio del processo rivoluzionario il conflitto – inteso come relazione antagonistica – arrivi a pervadere e coinvolgere in modo esplicito ogni campo della vita sociale, ogni sua dimensione, travolgendola. Dunque, gli stessi personaggi principali che tracciano le diverse linee narrative che si dipanano nel romanzo, che convergeranno in maniera pirotecnica nel IV atto del romanzo, si confrontano – e portano il lettore a confrontarsi – con le contraddizioni e la potenza del mutamento che segue il processo rivoluzionario, con il mondo che si arbalta.

bioscope_mtwomodelswalkingPrima fra i personaggi che è necessario citare è Marie Nozière, la popolana del foborgo di Sant’Antonio, con cui Wu Ming riporta al centro della narrazione della Rivoluzione Francese le donne, l’altra metà del cielo, il cui ruolo è misconosciuto e che si presta perfettamente a mostrare le contraddizioni del processo rivoluzionario: Marie vivrà la stagione del farsi della rivoluzione subendo lacerazioni che sconvolgeranno la sua persona, i suoi affetti, il suo fisico. Sopravviverà attingendo alla “forza della disperazione”, vivrà giorni meritori d’essere vissuti grazie alla “forza della rivoluzione”. Il magnetista Orphée D’Amblanc, personaggio tribolato da una coscienza segnata dall’irrisolto, che nella rivoluzione con la R maiuscola si troverà coinvolto obtorto collo, lui che perseguiva la rivoluzione minore e già al crepuscolo del magnetismo animale. Léo Modonnet, o Leonida Modenesi, attore che dalla laida Bologna giunge a Parigi sulle orme del proprio mito Carlo Goldoni e che a un certo punto deciderà – prima per egocentrismo, poi per senso di rivalsa personale, in fine con l’ambiziosa e illusoria finalità di “rappresentare il popolo” – di portare il teatro fuori dai teatri, di fare della strada il palcoscenico per il suo personaggio: Scaramuche, eroe imperfetto, di cui nelle pagine de L’Armata dei Sonnambuli si trova il romanzo di formazione, quello di un supereroe umano nelle passioni (e negli errori). L’uomo che si fa chiamare Laplace, colui che crede nella controrivoluzione e deride le illusioni di mera restaurazione, votato al fascismo eterno di un’Armata dei Sonnambuli che diffonda la paura e che sulla paura costruisca la società dell’illibertà.
Questi appena descritti sono alcuni dei personaggi che si incontrano ne L’Armata dei Sonnambuli, personaggi “minori” nella storia della Rivoluzione Francese che permettono a Wu Ming di offrire al lettore uno sguardo plurimo, obliquo e inusuale che lo guidi nelle traversie delle madri di tutte le rivoluzioni. Ci sono anche, ma in questo caso rimangono sullo sfondo della narrazione i Marat, i Saint-Just, i Robespierre e i Brissot: consapevole che c’è vita oltre la cornice, Wu Ming fa sentire quella voce che solitamente tace fuori campo. A proposito di ciò, fondamentale è la vox plebis che rappresenta la narrazione da parte dei sanculottti parigini, con la funzione d’offrire una visione più allargata degli avvenimenti in cui si muovono gli altri personaggi. È una voce narrante collettiva e corale, che recita il «Te lo si conta noi, com’è che andò» e rappresenta la presa di posizione, la necessità di scegliere e accogliere uno sguardo partigiano, senza nascondersi dietro un’equidistanza impossibile. Una voce che parla in prima persona plurale, con una lingua vernacolare e sporca, uno slang dei foborghi parigini. Espediente narrativo riuscitissimo questo – lontanissimo dai primi esperimenti in tal senso in Asce di guerra con la meccanica ricostruzione storica che si affiancava alla narrazione – e che evidenzia la potenza di un linguaggio di per sé situato, che terrorizza gli oppressori quanto il messaggio che veicola. Non a caso il lavoro sui diversi registri linguistici è curatissimo nel romanzo, così come il recupero a questo scopo di forme e lemmi di alcuni dialetti italiani.

Ci sono due elementi di assoluta novità rispetto ai romanzi precedenti di Wu Ming sul cui, in fine, è necessario soffermarsi: in primo luogo un’inedita attitudine alla “volontaria sospensione dell’incredulità” richiesta al lettore, poiché nel romanzo ci si trova spesso a confrontarsi con la magia, quasi uno sconfinamento nel fantasy o, per altro verso, uno stiramento della realtà esperibile oltre i confini del consueto. L’altro elemento di novità è rappresentato dal V Atto che chiude il romanzo, dove i consueti “Titoli di coda” dei romanzi a firma Wu Ming vengono inglobati nella narrazione: l’archivio qui diviene, da base di lavoro e di ricerca, il soggetto della narrazione e, insieme allo sguardo e alla voce dell’autore, entra come parte integrante nella narrazione. Se nei primi tre atti le linee narrative si sviluppano autonomamente per convergere nel IV Atto del romanzo, la sensazione che lascia al lettore questo V Atto è quella di un’esplosione in cui i detriti narrativi schizzano e tracciano possibili traiettorie oltre il 1795, anno su cui si chiude il romanzo, retroagendo allo stesso tempo sulle vicende fin lì raccontate, rendendo permeabile e difficile da definire il confine tra ricostruzione storica e fiction. Il perturbamento che ne consegue al lettore non ha, a mio avviso, un esito univoco, ma deriva dal modo in cui il singolo lettore percepisce i confini del reale e, conseguentemente, in ambito letterario, l’esperienza di lettura: ricostruzione storica o fiction, la dicotomia viene messa in crisi e l’invito implicito è quello di muoversi conciliando ingenuità e avvedutezza, stupore e raziocinio.

L’Armata dei Sonnambuli esalta la complessità e l’ambivalenza dei significati, delle narrazioni, dei personaggi: difendendo l’alleanza tra la fantasia e il conflitto che muove la realtà, Wu Ming è già oltre Wu Ming, sempre con l’obiettivo di raccontare storie “con ogni mezzo necessario”, anche hackerando la realtà.

*Si consiglia vivamente l’ascolto di Bioscop, l’album della Wu Ming Contingent, che è una vera e propria prosecuzione della narrazione con altri mezzi (sul Soundcloud dell’etichetta Woodworm): it’s crossmediality baby!*

 

WMC

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