The FrontmanScrivo cogliendo l’occasione ghiottissima che in questi giorni d’agosto 2014 mi offre l’ultima performance di Bono Vox, il soggetto della disamina operata in questo libro da Harry Browne: come riporta la stampa nostrana mai stanca di amplificare il nulla fino a dargli la forma di notizia, Bono Vox ha fatto pervenire all’attuale Presidente del Consiglio italiano una letterina, sì una letterina scritta di suo pugno: «to Renzi, Mateo». Il breve contenuto della missiva è un’imbarazzante quanto pelosa leccata di piedi, in cui non manca il luogo comune sugli italiani al solito identificati come dotati di «grande creatività». Per chi ha letto The Frontman. Bono (nel nome del potere) questa non-notizia ha l’effetto di un’ennesima conferma di come lo schema d’azione – descritto minuziosamente nel libro – di questa popstar sia praticamente immutevole, essendosi Bono nel corso degli anni largamente speso per accreditarsi con i potenti di turno – da Bush a Blair e via compagnia bella – come sensibile artista che ha a cuore le sorti dei popoli, meglio se particolarmente in sofferenza , del mondo. La sua maschera pubblica è quella del filantropo e dell’uomo che si è fatto da solo, disinteressato nel denunciare le ingiustizie sociali e farsi portavoce di chi queste stesse ingiustizie le subisce; la logica vorrebbe essere questa: io che sono una riconosciuta e rispettata popstar globale posso arrivare a contatto con chi decide le sorti del pianeta, quindi posso far pressione perché si agisca per porre rimedio a ingiustizie e sofferenze.

Letterina di Bono a RenziBono Vox si presenta dunque come uno strumento, ma se come ha fatto in modo impeccabile Harry Browne si va a ricostruire mantenendo una certa distanza critica la carriera del cantante e ad analizzare la costruzione del suo personaggio pubblico i dubbi che dietro la generosità si nasconda altro diviene più che un sospetto, tanto da arrivare a pensare che il proporsi come strumento al servizio, più che essere una nobile missione di vita nasconda piuttosto la capacità di utilizzare determinate istanze di giustizia sociale per amplificare il proprio personaggio e darsi una precisa identità da spendere nel mercato della celebrità. Si badi bene, Harry Browne non parte nella sua analisi affermando questa tesi per poi cercare di dimostrarne la veridicità capitolo dopo capitolo, piuttosto con una capacità di scrittura che riesce a miscelare registri linguistici appartenenti a generi letterari differenti, riportando una mole di dati e informazioni minuziosamente raccolta attingendo alle più diverse fonti, stimola una riflessione critica da parte del lettore su Bono Vox e, più in generale, sullo spettacolo della filantropia. Dunque non necessariamente si dovrà arrivare alle conclusioni che  Bono Vox sia un meschino approfittatore, perché pur essendo un campione nella categoria dei filantropi lo si trova in buona compagnia. È la retorica filantropica che viene demolita nel libro di Browne, Bono Vox è un epifenomeno esemplare per mettere in luce le contraddizioni di questa “narrazione tossica”: a partire dalla semplicissima constatazione che solo i soggetti che subiscono le ingiustizie globali possono strappare ciò che gli spetta, a cominciare dalla rivendicazione di una propria autorappresentazione.

A chi decidesse di leggere questo pamphlet, un solo consiglio: date iniziale fiducia all’autore, a ciò che scrive – a maggior ragione se siete fan degli U2 – e procedete tastando il terreno. Arriverete alla fine del libro soddisfatti da una lettura lontana dalla smania di scoop, in tempo per decidere o meno quanto c’è dell’adulazione servile del potere in Bono Vox e nel dispositivo di successo conosciuto come U2.

Qui – in esclusiva su Giap – un’intervista all’autore Harry Browne con domande dello scrittore Max Mauro e dei curatori dell’edizione italiane del libro, Wu Ming 1 e Alberto Prunetti.

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