Roderick DuddleNon andrebbe mai lasciata lasca la corda che lega le diverse identità che ognuno di noi esperisce dalla nascita alla morte, soprattutto non andrebbe mai lasciata scivolare a terra fino a risultare ai nostri occhi recisa – mentre è solo celata da uno strato di sedimenti esperienziali – la corda che ci lega alla nostra fanciullezza, al nostro sguardo bambino. Mantenere questa corda in tensione è parimenti tenere aperta la domanda su quello che si è perso della capacità di meravigliarsi, di immaginare attraverso il gioco, di come la seriosità ha scalzato la serietà, in poche parole di quel che abbiamo disimparato – o cosa, viceversa, dovremmo dimenticare di quel che abbiamo acquisito crescendo – di quell’età in cui ancora la linea d’ombra non aveva tracciato un solco di demarcazione – profondo, non rimarginabile – fra un prima e un dopo. La storia di Roderick narrata da Michele Mari ci porta a confrontarci con questa domanda, funziona come una puleggia che riporta tensione in quella corda attraverso la narrazione e la capacità della letteratura di costruire mondi. Non solo ci riporta nelle ambientazioni dei romanzi d’avventura che tanto ci coinvolgevano nell’infanzia, ma ci sollecita continuamente – in qualità di lettori – in uno sforzo immaginifico che vada oltre quel che la voce narrante onnisciente ci racconta dalla pagina.

Roderick Duddle è stato il primo romanzo di Michele Mari che ho letto, di lui prima avevo letto solamente poesie e racconti; ho conosciuto – e stimato – prima i lavori dei suoi genitori, Enzo e Iela Mari, lui designer d’avanguardia già negli anni Cinquanta del Novecento, lei scrittrice e illustratrice di bellissimi libri per l’infanzia. È stata una piacevole sorpresa trovarli citati nelle prime pagine del romanzo, quelle in cui Michele Mari esplicita il gioco in cui sta per coinvolgere il lettore, confondendo l’autore col narratore, l’esperienza reale e immaginaria, facendo suonare la corda tesa fra l’età adulta e la propria fanciullezza. Per tutto il romanzo allo stesso modo i lettori sono sollecitati e chiamati in gioco e, mentre i Roderick si moltiplicano sulla pagina, l’invito continuo è quello all’immedesimazione: uscire dal nostro mondo consueto – grigio e monotono com’è per definizione il mondo adulto – così come Roderick con un calcio nel sedere viene buttato fuori dal suo mondo, l’Oca Rossa, locanda e prostibolo, in cui è cresciuto.

Appena le terga di Roderick si poggeranno sul terreno fuori dall’Oca Rossa, il nostro si troverà al centro di piani che lo vedranno suo malgrado protagonista di una complicata vicenda legata a un’eredità, vicenda che via ingarbugliandosi vedrà irrompere sulla scena personaggi grotteschi spesso vittime di quella che il filosofo chiamò eterogenesi dei fini, con Roderick a farne le spese: Jones, la Badessa, Salamoia per citarne alcuni. Il Probo, l’indiscusso principe dell’oscurità di questo romanzo, che temo venga a farmi visita in sogno se non lo nomino.

Da questo momento, per circa un’ora, inciampò, si graffiò, finì con la faccia dentro fasci di ragnatele, fece crollare una pila di doghe, mise le scarpe in diverse pozze d’acqua, sentì fruscii e squitii, fece scorrere chiavistelli, si ritrovò le mani colme di salnitro viscido, finì lungo disteso sul pavimento, insomma, inscenò l’allegoria della propria vita, ora nel buio più completo, ora con il beneficio di un lucore larvale sempre più debole.

Roderick corre, scappando o inseguendo poco importa, e in questo continuo movimento fra i personaggi che incrocia trova anche chi è disposto a offrirgli un disinteressato aiuto, uomini e donne con cui vale la pena stringere un’alleanza. Primo fra tutti il suo pari, il suo doppio, Michael. Un altro è il pescatore Tom – ribattezzato da Roderick col nome Jack –, ed è il personaggio che accompagna il lettore in prossimità del mare, a sentire il rumare_tempestamore del mare, così come nella storia fa con un altro bellissimo personaggio, il parresiasta inconsapevole Lennie. Ed è seguendo il Roderick mozzo in mezzo al mare imbarcato sulla Rebecca che la storia narrata si schiude, dove respirare a pieni polmoni l’avventura, mentre Roderick finalmente si riconoscerà «marinaio fra i marinai, vivo fra i vivi di fronte alla morte».

L’epilogo dell’intricata vicenda non finirà sul mare, ma qui io mi voglio fermare. Michele Mari ha grandissima fiducia nella potenza della letteratura, nella possibilità di creare mondi giocando a ricavare storie così come si ricavano disegni spostando su di un piano una ventina di ossicini di gabbiano; il suo Roderick Duddle non va frainteso per un esercizio di stile o ridotto a un semplice omaggio a quegli autori che hanno fatto grande la letteratura d’avventura, è piuttosto un’esortazione a prendere il largo e navigare negli sterminati spazi della propria interiorità, immergersi in quei mondi che si celano nelle pagine di un romanzo, in alcuni casi mondi in cui ci riconosciamo anche se non abbiamo letto il libro in cui sono rappresentati.

Cos’è l’isola del tesoro? Si chiese Jack, non sospettando che quel suo stesso nome, Jack, che gli era stato dato da Roderick in quanto più avventuroso di Tom, apparteneva al pirata più famoso di tutti i tempi, Flint, ed aveva dunque oggettivamente a che fare con un romanzo che Roderick non aveva letto, ma che esprimendo il senso romanzesco della vita sul mare era nelle cose e nel loro destino, il destino del vecchio marinaio senza due dita e quello dell’orfano – del mozzo – Roderick Duddle.

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