Come finisce il libroScrivere un saggio sul mondo editoriale contemporaneo è come provare a fermare l’immagine di un oggetto che si muove nello spazio così velocemente da risultare sempre fuori fuoco, tanto che l’immagine stessa che se ne ricaverebbe possa indurre a pensare che l’oggetto che si credeva di stare osservando è mutato in qualcosa di differente, producendo uno sdoppiamento della sua stessa natura. E così è: se il libro di carta non scomparirà mai perché incorpora e rappresenta un desiderio – e una forma – di conoscenza che si è nei secoli radicato, l’emergere di uno spazio digitale che fa di un libro un ambiente aperto e potenzialmente mai finito apre a possibilità ancora tutte da esplorare. Questo sdoppiamento si caratterizza però anche per una continua retroazione che tende a modificare entrambi i campi.

Alessandro Gazoia nel saggio Come finisce il libro indaga non solo questo sdoppiamento, ma lo fa facendo scorrere la sua indagine lungo la cerniera che unisce e separa le forme che assume oggi il libro, giacché sono proprio le interazioni fra l’oggetto cartaceo a noi tanto familiare e la sua versione smaterializzata a risultare importanti per comprendere, almeno in parte, in quale direzione ci si stia muovendo. La sua analisi si basa proprio su questa consaM. C. Escherpevolezza e nel suo procedere affronta in maniera coinvolgente e mai ingenua l’evoluzione che l’oggetto libro – e con sé l’intera industria editoriale – sta subendo in questi anni, con le nuove possibilità che internet offre a tutti i soggetti che dalla sua produzione al consumatore finale – noi, lettori – sono coinvolti. Il suo pregio maggiore è di mostrare come questa trasformazione dagli esiti assolutamente incerti riguardi e sia d’interesse per tutti i soggetti coinvolti, offrendo così una lettura fuori da specialismi e al contempo precisa e documentata: Gazoia Also Known As jumpinshark non inonda il lettore di dati, ma li seleziona sapientemente stimolando la sua (del lettore) intelligenza intuitiva, offrendo la possibilità di sganciarsi dalle impressioni emotive e di liberarsi – almeno temporaneamente – dall’impellenza di sparare al volo la propria su un tema complesso pur di prendere posizione sugli schieramenti falsamente in campo: apocalittici o fanatici.

Il sottotitolo del libro è, significativamente, Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale. Qui l’operazione di smontaggio della retorica che vuole l’editoria digitale un campo di possibilità aperte a tutti procede a colpi di sciabola piuttosto che in punta di fioretto: recuperando quel che Umberto Eco scrisse in tempi non sospetti a proposito dell’editoria a pagamento, Gazoia mostra come i meccanismi che già inquinavano l’editoria prima dell’avvento dell’era digitale si siano amplificati in maniera esponenziale, saldandosi con mutamenti, che potremmo definire antropologici, che coinvolgono chi – con un manoscritto non più nel cassetto ma su un hard-disk – è convinto che le sue parole messe in fila siano degne e meritevoli di essere pubblicate. Si va dunque alla scoperta del print on demand, delle diverse piattaforme che offrono questi servizi – sia per la pubblicazione di e-book che di versioni cartacee in vendita poi sulle piattaforme di e-commerce – e delle condizioni, spesso capestro, che offrono a chi vi si rivolge. Va da sé che chi si mangia tutti, attualmente, è Amazon: il gigante del commercio digitale fondato da Jeff Bezos è un apparato di cattura potentissimo che, facendo leva sulla retorica della centralità del consumatore e della sua soddisfazione, opera da disintermediatore, ossia scarica i costi e le responsabilità sui soggetti terzi – tutti:  dagli editori tradizionali che usano quella piattaforma on-line per vendere i propri prodotti, agli autori stessi, senza dimenticare lo sfruttamento a danno dei suoi dipendenti.

Non è però tutto ammantato d’oscurità il mondo dell’editoria digitale, sarebbe errato ridurre tutto a strategie di mercato, annichilendo così le potenzialità offerte da quello che è anche uno spazio di libero scambio delle idee e di cooperazione, come rappresenta ad esempio il caso della fan fiction che, riprendendo il lavoro di Henry Jenkins, Gazoia descrive come “un’opera trasformativa e una sorta di commentario critico alle narrazioni di partenza”. Come scritto in precedenza, quel che sarà è ancora tutto da verificare, dipenderà da svariati fattori, tra cui il ruolo della promozione pubblica alla lettura (cosa che non fa ben sperare per il caso italiano). È bene fermare dunque – o almeno misurare – gli slanci interpretativi dettati dalle impressioni del momento.

In conclusione due annotazioni che hanno strettamente a che fare con la mia esperienza personale di lettura del libro. La prima è che questo è un libro che si legge tutto di un fiato, ma per mancanza di tempo la mia lettura si è protratta per parecchio tempo, ridotta a un paio di pagine al giorno consumate sui mezzi pubblici; questa lettura stirata non ha ridotto il piacere e la comprensione del testo, cosa non di poco conto. La seconda è che Gazoia si rivolge dalla prima alla penultima pagina del libro direttamente al lettore (significativamente, nell’ultima, alla lettrice), ponendo un dialogo efficace e coinvolgente.  Nello stesso periodo che leggevo Come finisce il libro stavo leggendo l’ultimo di Michele Mari (ne ho scritto qui), che proprio con questa locuzione è più volte citato nel libro di Gazoia. Nel suo romanzo anche Mari si rivolge direttamente al lettore. L’effetto è stato per me spiazzante, oltre che divertente, non potevo non accennarne qui… sono quelle sorprese che regalano i libri, indifferentemente che siano carta stampata o una sequenza di byte.

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