Ho acquistato questo leggero libro – materialmente leggero – vedendolo sugli scaffali della libreria. Leggere di scienza e fisica è cosa che faccio di rado, non avendo una formazione scientifica, ma sono letture che quando approccio mi danno sempre gran piacere, soprattutto per gli squarci di meraviglia che aprono nel pensiero. Questo volumetto di divulgazione scientifica scritto da Carlo Rovelli si legge in una serata, richiede la giusta attenzione per seguire la presentazione in sette lezioni delle principali scoperte che hanno riplasmato la fisica a partire dalla fine dell’Ottocento, concludendosi con l’ultima lezione che parla di noi umani e del nostro rapporto col mondo fisico, che è poi anche l’immagine del mondo fisico nel rapporto con noi umani.

Dopo averlo letto sono venuto incidentalmente a conoscenza del successo editoriale di questo Sette brevi lezioni di fisica leggendo una recensione a firma di Marilù Oliva pubblicata su Carmillaonline. Oliva si interroga anche sull’apprezzamento da parte del pubblico dei lettori per questo libro, quando siamo soliti vedere fra i titoli nelle posizioni alte delle classifiche di vendita quelli che potremmo definire romanzi blockbuster, lasciando peraltro la risposta in sospeso.

La lettura del libro prima e quella della recensione poi mi hanno portato ad alcuni pensieri sparsi, libere associazioni senza pretese da non prendere troppo sul serio:

  1. Se la capacità di meravigliarsi tende in età adulta a ridursi in generale – Bruno Munari scriveva in Verbale scritto (1993) che quando «si diventa adulti, si entra nella società, uno alla volta si chiudono i ricettori sensoriali, non impariamo quasi più niente, usiamo solo la ragione e la parola […]» – , meravigliarsi di fronte alla constatazione che la realtà non è come ci appare, la realtà intesa proprio come descrizione razionale dei fenomeni naturali, è ancora più arduo, perché può atterrire restituendoci la misura della nostra – dell’umanità, della Terra – insignificanza e finitezza.
  2. La rappresentazione del mondo nella grandissima maggioranza delle persone si basa ancora oggi sui concetti della meccanica e della fisica newtoniana, cioè della fisica classica, a distanza di un secolo dalla formulazione delle teorie della Relatività ristretta e della Relatività generale da parte di Albert Einstein che hanno poi aperto alla meccanica quantistica, che sono le due visioni del mondo – non congruenti fra loro – alla base della fisica del XXI Secolo. La consuetudine è rassicurante, perfino quando riguarda un certo modo di vedere il mondo fisico; è anche un’attitudine che alimenta un approccio conservatore, non a caso – a mo’ d’esempio – Gianni Rodari avvertiva nel suo racconto Trantran: «Attenti al tran!»
  3. Mi pare sia diffuso un pregiudizio nei confronti della scienza – fredda e calcolatrice – e della rappresentazione scientifica della realtà, che viene spesso descritta come attività arida: priva di vitalità, di attività creativa, scarsa di soddisfazioni spirituali (come da definizione di “arido” sul vocabolario Treccani). Rileggendo la breve citazione di Munari riportata poco sopra, questo pregiudizio sembra derivare dall’idea che sia la stessa razionalità ad escludere il senso di meraviglia e incanto. Carlo Rovelli in queste brevi lezioni ci mostra che la comprensione dell’immagine della realtà che offre la fisica moderna – come ha scritto Oliva nella recensione su Carmillaonline a proposito di un passaggio in cui Rovelli narra la sensazione da lui provata in gioventù nel momento della comprensione della teoria della relatività generale – è «sostanza magica». Quest’ultima discende dal pensiero razionale e dalla sperimentazione empirica.
  4. Rovelli nell’ultima lezione scrive: «I miti si nutrono di scienza e la scienza si nutre di miti». Vero, anche se – forse per le necessità di sintesi richiesta dal ridotto numero di pagine del volume – io credo che questo rapporto sia più complesso e conflittuale, positivamente conflittuale, di come lo espone Rovelli. Perché in fin dei conti anche la rappresentazione del mondo offerta dalla scienza è una narrazione – avvertenza: non intendo dare un senso ontologico a questa affermazione – e noi siamo allo stesso tempo soggetto e parte dell’oggetto dell’osservazione. Rovelli scrive «le immagini che ci costruiamo dell’universo vivono dentro di noi, nello spazio dei nostri pensieri» (p. 73).
  5. Rivitalizzare la propria sensibilità all’incanto credo dovrebbe essere uno degli obiettivi primi per ognuno di noi, così da riuscire a governare la barca dell’amore ed evitare che questa si spezzi urtando nel grigiore della vita quotidiana, nella sua ripetitività, nella facile rassicurazione di esperienze che sono state già fatte. La comprensione della realtà fisica così come la raccontano gli scienziati trae giovamento da una scrittura in grado di trasmettere «sostanza magica», come mostra questo libro di Rovelli. A noi non scienziati il compito di cercare un equilibrio fra l’essere accorti e l’essere ingenui davanti a questa come ad ogni narrazione. Ferdinando Buscema e Mariano Tomatis nel loro L’arte di stupire (di cui ho scritto qui) scrivono che davanti a qualsiasi finzione si tratta di esercitare una credulità distaccata, mi sembra salutare che lo stesso atteggiamento sia ricercato anche davanti alla narrazione scientifica della rappresentazione dell’universo.
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