Cent'anni a NordestIl racconto-inchiesta di Wu Ming 1 è presentato, nella dedica ad Antonio Caronia, come atrocity exhibition. Nel secolo che vi è raccontato dal punto d’osservazione di quello che fu prima nominato le Tre Venezie, successivamente Triveneto e che oggi indichiamo come Nordest, cent’anni fa le atrocità furono quelle della guera granda, che con ipocrita grandeur la retorica patriottarda insinuata nel discorso pubblico si ostina a nominare Grande Guerra. Cosa possa esserci di grande in una guerra è difficile da immaginare, l’unica grandezza che possiamo misurare di quegli eventi, che secondo Wu Ming 1 rappresentano l’origine stessa dell’identità di quella porzione di territorio italiano che conosciamo come Nordest, è il numero delle morti causate dall’assurdità della guerra e dal nazionalismo, dalla follia di chi diresse le operazioni belliche spingendo al massacro migliaia di ignari uomini fatti soldati. Così è che di questo viaggio lungo e strano che come lettori ripercorriamo nelle pagine del libro i cimiteri abbondano, ché l’autore non è tra quelli che affrettano il passo attraversando i cimiteri, e preferiscono parlare di teatro piuttosto che d’inferno: la narrazione prende avvio dalla descrizione della performance di Alberto Peruffo intitolata The Burning Cemetery, rappresentazione di un cimitero in fiamme che ricorda i 41 cimiteri che erano disseminati sull’Altopiano dei Sette Comuni, prima linea del confine italo-austriaco durante la Prima guerra mondiale; ci si sposta poi in visita al cimitero di guerra austro-ungarico di Prosek/Prosecco e varie pagine sono dedicate al sacrario di Redipuglia, un immenso ossario che è un esempio concreto di quella che Mark Thompson, nel suo La guerra bianca, chiama «teologia surrogata».

The Burning Cemetery - Alberto Peruffo
The Burning Cemetery – Alberto Peruffo

A partire da ognuno di questi luoghi l’esplorazione corre avanti e indietro nel tempo, si sposta seguendo i punti cardinali nella geografia del Nordest, nel tentativo di comprendere come gli eventi accaduti un secolo fa influenzino ancora oggi un’identità che non si esaurisce nella dimensione locale, poiché ciò che è il Nordest per gli italiani – immagine parziale, acritica e omogeneizzante – di ritorno plasma la costruzione dall’alto della “identità nazionale”. Cent’anni a Nordest non affronta solamente il tentativo di costruzione di un’identità nazionale in cui «il passato è una sorta di pappa omogeneizzata» – come ebbe a dire Furio Jesi interrogato sulla caratteristica peculiare della cultura di destra – ma le tendenze del populismo xenofobo e identitario europeo di cui queste aree sono un laboratorio, proprio a partire dal ruolo e soprattutto dai rimossi attinenti la guera granda: l’esempio più significativo è il caratteristico «mélange di austronostalgia e putinismo [che] caratterizza tutti gli indipendentismi dalla riva veneta del Po ai confini con Tirolo, Carinzia e Slovenia.»

Un mélange questo che è culto della tradizione – poco importa se quest’ultima è artificiosamente modellata (quale tradizione non lo è?), se il risultato è un insieme di messaggi e discorsi inconciliabili e contradditori – in cui si sfonda il limite del ridicolo arrivando a identificare presunte origini venete dello stesso Putin,  ma anche del folkloristico, quando aree dell’indipendentismo veneto e della galassia rosso-bruna russa si saldano sulla base di una pseudo-teoria “venetica” alla ricerca delle medesime origini pre-indoeuropee. Una fascinazione nei confronti di questo discorso, che decostruito risulta essere una stratificazione di suggestioni, caratterizza altri movimenti indipendentisti come il TLT – Movimento Trieste Libera, oppure a Trento e Bolzano – nelle provincie autonome di – nell’area culturale impegnata a costruire una cornice di discorso che riaffermi una comune “identità tirolese”. Al netto di quello che viene affermato nelle presentazioni e nei discorsi ufficiali, quello che accumuna questi som-movimenti è un identitarismo spinto – che al grado zero si definisce sull’uscio della propria casa – con il relativo portato di xenofobia e il dito indice sempre puntato minacciosamente verso qualche capro espiatorio – Le nutrie! I clandestini! È colpa delle nutrie clandestine!

I fantasmi della diserzione sono le entità evocate nell’ultima parte del libro, quella schiera di renitenti, disertori e insubordinati che cercarono di sottrarsi all’abominio della guera grande, particolarmente numerosi sul versante italiano del fronte e che furono in molti casi passati per le armi dai solerti carabinieri senza processo o dopo processi farsa. Se il loro ricordo e le ragioni del loro agire sono mistificati nella retorica ufficiale, i generali – in primis quel Luigi Cadorna che inettamente spinse all’inutile carneficina migliaia di uomini – ancora oggi sono celebrati in ogni città d’Italia con piazze e vie che portano il loro nome. Oggi, negli ultimi anni, la messa in discussione di questi tributi sembra avviarsi proprio dal Nordest, mentre a partire dal recupero delle storie personali di renitenti e disertori le tragiche vicende del fronte italo-austriaco trovano l’occasione per assumere la profondità e la complessità che gli sono state per un secolo negate nella memoria pubblica. Possono sembrare inezie queste risposte immunitarie se confrontate con il panorama socio-culturale esplorato pagina dopo pagina in questo Cent’anni a Nordest, narrazioni ancora minoritarie che hanno l’arduo compito di contrastare narrazioni tossiche sedimentate in decenni; ma è il primo passo, il primo rifiuto di una narrazione che ci cammina sulle teste, proprio come fu il rifiuto di quei fantasmi della diserzione che nelle loro scelte guardarono al futuro e che dai cimiteri oggi rappresentano un’esortazione a fare altrettanto.

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